Il mio angolo visuale

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Un lupo solitario innamorato della vita e delle piccole cose.Mi piace osservare, leggere, approfondire e soprattutto ascoltare tanta buona musica.Riflessivo e raramente malinconico, pessimista sui destini del mondo ma allegro di spirito e nei rapporti quotidiani. C.R.

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domenica, 18 maggio 2008

...i'll be back soon...
(aspettatemi!)


postato da: Marxetto alle ore 16:05 | link | commenti (3)
lunedì, 28 aprile 2008

...e anche Roma è andata...

Appresa la notizia della vittoria di Alemanno mi è venuto subito in mente il titolone di ieri del Manifesto in prima pagina.

C'è seriamente da riflettere.Anche (ma non solo) sul ruolo che ricopre oggi quel quotidiano...

Già si discute (naturalmente a posteriori) dell'opportunità di ricandidare una minestra riscaldata come Rutelli (io Rutelli non lo sopporto, sia sul piano umano che politico, ma magari il problema fosse soltanto lui...), mentre la Rifondazione romana si lecca le ferite dopo aver sostenuto, per l'ennesima volta, la necessità di andare a votare per non consegnare anche la capitale alle destre.Qui si nega l'evidenza.Non si vuole guardare la realtà.Se ho vissuto i risultati delle elezioni nazionali con rassegnazione, distacco e "neutralità", devo dire che adesso comincio persino a goderci un pò.


postato da: Marxetto alle ore 18:41 | link | commenti (17)
domenica, 20 aprile 2008

Post-elezioni

Ho aspettato un pò per scrivere qualcosa sull'esito delle elezioni politiche.

Forse perchè ne avevo parlato abbondantemente prima.

Forse perchè bene o male già sapevo come sarebbe andata a finire.

Forse perchè mai come in questa occasione mi sono sentito distante da tutto ciò che è ruotato attorno alla campagna elettorale, da quegli slogan, da quei volti, da quegli inni vomitevoli e surreali...

 

Milioni e milioni di voti da una parte e dall'altra.Come avevano chiesto Berlusconi e Veltroni.Il resto, mancia.Viviamo in un paese che ama adeguarsi, un pò per ignoranza, un pò per "paura", un pò per vigliaccheria.Ci piace pensare alle elezioni quasi fossero un derby.Senza renderci conto che i giocatori sono sempre gli stessi e che quelli per cui tifiamo potrebbero benissimo appartenere alla squadra avversaria.

Sapete cosa vi dico?Amen!

Venendo a me...

Da quando ne ho diritto, pur tra innumerevoli dubbi e mal di pancia (soprattutto negli ultimissimi anni) avevo sempre votato.Per quella forza che, sebbene ne riconoscessi i tanti limiti e ne contestassi duramente scelte e metodi, mi sembrava si avvicinasse di più alle mie convinzioni, alle mie aspettative, alla mia maniera di concepire il "fare politica".Questa forza era Rifondazione Comunista.Tante volte ho sperato che quel partito riuscisse finalmente a intraprendere un percorso coerente di apertura ai movimenti, separato dalla logica dei compromessi e delle tattiche parlamentari, un percorso che ho sempre ritenuto l'unico in grado, nel tempo, di infondere un respiro più ampio e propositivo a quell'esperienza.Ci ho creduto nel '98, quando (e per me fu soltanto un bene) ci fu la scissione con l'area cossuttiana.Ho voluto crederci prima delle elezioni 2001, durante gli anni di Berlusconi, e ancora nel pre 2006.Era, questa, l'ultima possibiltà che ero disposto a concedergli.La partecipazione al secondo governo Prodi, nei termini in cui si è consumata, ha sancito, credo irreversibilmente, la fine del Prc.E' parso evidente come nella configurazione della "sinistra arcobaleno" come cartello elettorale (è stato soltanto questo per stessa ammissione, oggi, di tanti di coloro che ci hanno investito su), Rifondazione e Bertinotti abbiano svolto un ruolo determinante.I risultati ottenuti dalla federazione di quei quattro partiti, sarebbero serviti più che altro a verificare quale fosse, allo stato attuale, il livello di radicamento territoriale e di credibilità del partito, alla luce dei due anni di governo.Ci si è giocati tutto nel giro di qualche mese, e la sconfitta, come abbiamo visto, ha assunto proporzioni che io stesso non avrei saputo immaginare.L'elettorato di sinistra che si è astenuto (e nel quale mio malgrado mi sono collocato) non ha semplicemente deciso di "punire" degli organi dirigenti ritenuti a ragione incapaci e contraddittori.In un certo senso ci si è semplicemente attenuti alla realtà, si è raggiunta la consapevolezza che quelle istanze, quelle rivendicazioni, quelle urgenze di trasformazione, non sono più compatibili con la democrazia rappresentativa.Le "sinistre" fuori dal Parlamento suonano come lo sfondamento di una diga immaginaria.Un punto di non ritorno.Si è scelto per loro e nonostante loro.Quella fetta di popolo ha preso una posizione da cui non sarà più possibile sottrarsi.Se quelle formazioni politiche sapranno comprenderla e "accompagnarla" , è ancora tutto da vedere.Ma il solco, in qualche modo, è già tracciato.


postato da: Marxetto alle ore 18:42 | link | commenti (8)
domenica, 06 aprile 2008

Due parole sull'Expo

Più che altro per segnalare l'esistenza di questo sito molto interessante e documentato, a proposito dell'Expo 2015 assegnato alla città di Milano, la mia città.Nel clima di entusiasmo generale che si è scatenato in questi giorni tra politica nazionale, amministrazione cittadina e intellighenzia imprenditoriale (guarda un pò, soprattutto quella edilizia), fortunatamente, qua e là, sembra spuntare anche qualche voce critica.Vedi la posizione espressa oggi dall'architetto Renzo Piano in un'intervista al Corriere.Se in quelle parole (come in quelle di Grillo, di Celentano, ma anche di altri) si scorge semplicemente del legittimo scetticismo, chiarisco subito che da quel che ho letto io, bisognerebbe andare ben oltre.La sensazione che ho è che si tratti di una baracconata in piena regola, una baracconata con un primario obiettivo "distraente": spesso il prestigio viene strumentalizzato per fare cassa ed evitare contemporaneamente di parlar d'altro.Questo, esattamente come per le Olimpiadi di Torino, mi sembra proprio un caso cardine.Nel sito riportato si fanno poi analisi estremamente più complesse, legate al fenomeno affaristico che sarà senz'altro preponderante, al territorio e all'ambiente, alla inutile dispendiosità economica che, aggiungo io, potrebbe e dovrebbe essere invece impiegata in ben altro.Non voglio tirare in ballo le mie idee forse un pò drastiche (qualcuno le definirebbe "antimoderniste") sull'universo fieristico in genere, qui la questione è strutturale e di enorme rilevanza.Lasciatemi dire orgogliosamente che, nel bailamme di festeggiamenti, baci e abbracci (squallida la scenetta tra la Moratti e D'Alema di qualche giorno fa...) a me personalmente dell'idea di un Expo a Milano - proprio dal punto di vista del presunto prestigio acquisito - non frega assolutamente nulla.Trovo anzi vergognoso che si stia cominciando a parlare soltanto in questi giorni, ad esempio, del velocizzare l'operazione di ampliamento delle linee metropolitane (di cui ci sarebbe sì un gran bisogno, specie per collegare le periferie al centro), solo ed esclusivamente in funzione dell'evento, quando per anni e anni non si è fatto assolutamente nulla, mentre nelle zone dove i lavori sono già iniziati siamo ancora in una fase embrionale.Lo stesso discorso vale poi per i mezzi di superficie e i servizi pubblici (si parla di potenziamenti ipotetici, ma non perchè queste misure necessitino, da sempre, a chi studia e lavora in città e fuori, sempre e soltanto in previsione del fantomatico Expo).

Il mio invito, sostanzialmente, è quello di non lasciarsi abbindolare dai sorrisi del potere.

Cito da un articolo di Roberto Rosso, del Comitato No-Expo:

"Il progetto EXPO si può descrivere come una mancata rivoluzione dall’alto, gestita da un pugno di poteri forti assecondati dal coro di gran parte delle istituzioni politiche e dei media, che altro non fa che confermare la mancanza di strategie e la prevalenza di interessi parassitari in luogo di promuovere nuove forme di cooperazione sociale e produttiva. Quella rivoluzione dall’alto che i cantori della competizione tra territori nella globalizzazione richiamano senza mai trovarla, in una ormai sterile ripetizione della dialettica tra i luoghi ed i flussi, dove ormai i flussi devastano i luoghi. Il progetto EXPO manifesta infine il totale fallimento nella ricerca di fare di Milano un polo di eccellenza nella rete delle città e dei territori globali.

I diversi protagonisti del tessuto sociale non hanno avuto diritto di parola, il nostro non è un appello rituale alla partecipazione ma il richiamo all’esigenza drammatica di mobilitare ogni risorsa per trovare una strada dentro un passaggio epocale di trasformazione delle società umane, nel quale sono coinvolti totalmente la città infinita di cui Milano è al centro, il sistema sociale, economico, culturale ed ecologico che si dispiega tra le Alpi e la valle del PO.

Non potremo che ripartire dalla capacità di creare conflitto sociale, cultura, cooperazione sociale e produttiva che in questi anni faticosamente si sono espresse, in assenza purtroppo di una trama fitta di relazioni capace di giocarsi tutta intera la posta in gioco della trasformazione."


postato da: Marxetto alle ore 19:28 | link | commenti (8)
domenica, 30 marzo 2008

Stratovarius - Season of change

Proseguo nell'operazione di sfatamento del mito che vorrebbe determinati sottogeneri metal (progressive, power/epic, speed ecc...) come esercizi e sfoggio di mera tecnica strumentistica.C'è quest'idea diffusa, tra i metallari incalliti (specialmente quelli amanti del black e/o del brutal) e non solo in loro, che l'estrema cura degli arrangiamenti, l'eccessiva preparazione didattica dei musicisti o dei vocalist  (qui parlai dei Dream Theater, e chi ha ascoltato il brano in questione non potrà non notare diverse assonanze, nelle sonorità ma anche nello stile canoro e nella timbrica, tra James LaBrie in quel caso, e Timo Kotipelto in questo) debbano necessariamente associarsi a una perdita di autenticità musicale, in favore invece di una certa "freddezza d'esecuzione", autocelebratività o distacco.Se può esser vero per casi specifici, a me è sempre parso un discorso complessivamente abbastanza fumoso.Amare la musica, per me, significa innanzitutto non avere pregiudizi.Il gusto e le valutazioni critiche vengono successivamente, con lo studio, l'approfondimento e quindi il raggiungimento di criteri di selettività del tutto personali.Quel che è certo è che le generalizzazioni non sono mai convenienti e spesso tendono a generare, anche in chi magari non ha mai sentito nulla del tal artista, luoghi comuni da cui è difficile liberarsi.La prima volta che sentii Season of change (tratta da "Episode", del '96) rabbrividii.Le immagini del video che ho postato  creano un'atmosfera naturalistica tutta particolare e davvero coinvolgente.Spero vi piaccia!

* GLI ULTIMI DELIRI DALLA STAMPA POLITICA:

- Panebianco sulla prima pagina del Corriere di oggi: " ...Si pensi alla società e all'economia meridionale: lì c'è sempre stato un massimo di intervento statale, di intermediazione pubblica, un massimo di "Stato" protettore.A qualcuno sembra che ciò abbia mai giovato alle condizioni della Campania, della Calabria o della Sicilia? "

Ahhh...quando si dice avere il senso della realtà...!A Panebianco sfugge forse che il problema di Campania, Calabria e Sicilia è proprio come, in quelle regioni, lo Stato abbia operato nel corso dei decenni, come le mafie si siano annidate al suo interno attraverso reciproche convenienze, alimentando una cultura connivente e omertosa, prendendo il controllo delle attività e della vita delle singole persone.Ma evidentemente sono sfumature che a un analista di ispirazione "teoretica liberale" (come ama definirsi) non interessano.Molto meglio buttarla sui mali dello "statalismo".

E' sicuramente meno rischioso...

-  Barack Obama , il democraticissimo idolo delle folle, è  finalmente uscito allo scoperto, svelando i nomi dei presidenti americani da cui ha tratto maggior insegnamento e per cui nutre profonda stima.Oltre a Kennedy (un pò troppo scontato e quindi messo leggermente in secondo piano...) , ha fatto i nomi di Bush padre (sottolineandone le qualità soprattutto in politica estera) e, udite udite, Ronald Reagan!

Per darsi un tono e lasciarci almeno il beneficio del dubbio, avrebbe almeno potuto citare, chessò, un Roosevelt o un Carter.Invece è andato a scegliere proprio i due esponenti (per giunta repubblicani, e questo la dice assai lunga...) che nella storia americana saranno probabilmente ricordati come i più reazionari e guerrafondai.Se il buon giorno si vede dal mattino...!

- I dibattiti interni al Pd sembrano focalizzarsi sull'espressività linguistica degli slogan, per tornare allo stretto legame tra simbolismi e contenuti.

 D'Alema è tormentato dall'idea che lo "Yes, we can!" coniato dall'allievo nero di Reagan, così com'è stato tradotto sui volantini veltroniani ("Si può fare") non renda troppo bene l'idea di fondo (su quale sia quest'idea ha preferito sorvolare, per il momento...), avrebbe perciò preferito una traduzione letterale, un esplicito riferimento all'originale: "Sì, possiamo..."! Dice che il "sì" con l'accento suona meglio.

Come dargli torto?


postato da: Marxetto alle ore 12:42 | link | commenti (6)
domenica, 23 marzo 2008

Totò...e gli "onorevoli"


postato da: Marxetto alle ore 10:07 | link | commenti (12)
domenica, 16 marzo 2008

La creatura di David Lynch e Mark Frost ha rappresentato, nei primi anni novanta, lo sconvolgimento di qualunque regola televisiva, ha infuso alla serialità una nuova dimensione, molto vicina a quella propriamente cinematografica, nella cura delle sceneggiature, delle musiche, delle ambientazioni, dell'impianto scenografico, dei temi e delle metafore sviluppate.Twin Peaks, soprattutto la prima stagione, è senz'altro tra le cose migliori mai prodotte in ambito televisivo a livello mondiale.Quando vidi l'episodio pilota rimasi folgorato, per quel ritratto brutale e immaginifico della provincia americana.Ancora oggi, se penso a X-Files o a Six Feet Under, non riesco a non scorgere enormi debiti artistici rispetto a quella maniera di concepire la scrittura visiva, a quel linguaggio così complesso e sofisticato.Probabilmente il fatto che Lynch se ne sia occupato sempre in misura minore, ha influito sulla riuscita decisamente inferiore della seconda serie.Posseggo le prime edizioni in DVD di tutti gli episodi, visti e rivisti, e debbo dire che lo scadimento qualitativo è piuttosto evidente.Troppa carne al fuoco, qualche eccesso cervellotico e metafisico nei risvolti della trama, hanno fatto sì che la chiusura del cerchio non sia stata all'altezza delle aspettative degli stessi appassionati.E' un pò lo stesso rischio che oggi corre Lost (altro serial "concettualmente" molto influenzato da Twin Peaks), di cui sto seguendo in questi giorni i primi episodi della quarta serie, e per la cui buona sorte nutro ad ogni modo una maggior fiducia.Complessivamente, comunque, l'importanza che ha avuto l'opera di Lynch nel costituire una sorta di battistrada, resta intatta.Come al solito pongo l'accento sull'elemento musicale, che nel caso specifico è di uno spessore difficilmente eguagliabile.Angelo Badalamenti fece a suo tempo un lavoro grandioso.Col contributo di una vocalità celestiale e al tempo stesso inquietante come quella di Julee Cruise.Vi propongo, uno dietro l'altro, i video della sigla originale (il brano portante nonchè quello più conosciuto), di "Rockin' back inside my heart" e "The world spins".In realtà, poi, la colonna sonora andrebbe ascoltata interamente.E' di una bellezza indescrivibile.

Questi sono solo alcuni assaggi...

 


postato da: Marxetto alle ore 11:33 | link | commenti (5)
domenica, 09 marzo 2008

Se la cantano e se la suonano...

Veltroni, Bertinotti e i loro elettori non lo hanno capito o fingono di non farlo, ma Berlusconi non ha stracciato il programma del Partito democratico perchè non lo condivide o perchè voglia dare l'impressione di non condividerlo (altrimenti non si spiegherebbe come mai si siano sguinzagliati i Sacconi e le Prestigiacomo del caso a raccontare in uno o nell'altro talk che quello stesso programma altro non è che una copia venuta male del suo), l'obiettivo è semplicemente quello di convincere i suoi discepoli che quelle politiche, per giuste che siano, con la "sinistra" al governo saranno eternamente inattuabili.In parole povere, se ne vuole occupare direttamente.Ma prima deve avere la certezza di vincerle, sia pure di poco, queste elezioni farsa.Del resto in questi mesi è sempre stato abbastanza chiaro: se pareggiamo, delle riforme bisognerà discuterne assieme.Veltroni dal canto suo ha ancora il coraggio di sbandierare il tema della precarietà come una priorità del suo futuro governo, nonostante il pacchetto Treu, nonostante la legge 30 riconfermata, nonostante le prebende a Confindustria, nonostante il recentissimo provvedimento beffa (col plauso di Diliberto - che candida un operaio al suo posto, che uomo di gran cuore! - e dei suoi compagni di merenda) che vorrebbe prefiggersi di ridurre il numero di morti sul lavoro.Nessuno che osi mettere in discussione le condizioni inumane in cui si è spesso costretti a lavorare in fabbrica, nessuno che parli dei ritmi insostenibili che si ha tutto l'interesse a mantenere, nessuno che si ponga il problema di rivedere alla radice i meccanismi produttivi, gli investimenti concreti che si fanno o non si fanno per garantire l'incolumità fisica di chi rischia la vita, quotidianamente, per 1000-1200 euro al mese.Si discute soltanto di correttivi, controlli, sanzioni.Lo si fa intenzionalmente, a ogni morte di Papa o ad elezioni imminenti, per saggiare forse la nostra capacità di comprensione, per vedere se alla fine ci accorgeremo o meno che di quelle realtà non gliene frega un cazzo a nessuno, sulle seggiole di Montecitorio e tra i sempre più meravigliati sindacati confederali.Ha ragione Silvio, comunque, il programma del Partito democratico è carta straccia, peccato si tratti del programma di quello stesso partito al cui congresso fondativo il nostro espresse tutto il suo apprezzamento, spingendosi a dire che sposava un buon 95% di quei propositi, che quasi quasi ci si iscriveva pure.Ma tanto già lo so...andremo a votarli ancora una volta, in massa come pecore, "distribuendoci" ordinatamente tra gli uni e gli altri, per dimostrare loro che qualunque cosa accada, qualunque balla ci propinino, anche la più inimmaginabile, saremo sempre pronti a bercela, perchè ci hanno chiesto di farlo, perchè in fondo, ma neanche tanto in fondo, ci piace così.


postato da: Marxetto alle ore 19:13 | link | commenti (13)
domenica, 02 marzo 2008

Schopenhauer & la musica

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, I, 52

L’oggettivazione adeguata della volontà sono le idee (platoniche); suscitare mediante rappresentazione di oggetti particolari (le opere d’arte non sono infatti mai altro) la conoscenza di queste (e ciò è possibile solo con una adeguata modificazione nel soggetto conoscente) è il fine di tutte le altre arti. Tutte, infatti, oggettivano la volontà mediatamente, cioè per mezzo delle idee; e dato che il nostro mondo non è se non il fenomeno delle idee nella pluralità, attraverso le forme del principium individuationis (la forma della conoscenza possibile all’individuo in quanto tale); ne deriva che la musica, la quale oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari. La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità: perciò l’effetto della musica è tanto piú potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.

[...]

In tutta questa trattazione intorno alla musica mi sono sforzato di mostrare che essa esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo, che noi, partendo dalla sua piú limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà, e l’esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e verità; del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è nient’altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell’essenza del mondo, in concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di tutta quell’essenza; chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe cosí la vera filosofia.

Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, vol. XIX, pagg. 690-691

C'è poco niente da aggiungere, alle parole di un genio.


postato da: Marxetto alle ore 07:44 | link | commenti (8)
domenica, 24 febbraio 2008

Parolai arcobaleno...

Rieccoci, dopo una breve pausa di riflessione, con le elezioni quasi alle porte.Vedo in giro i primi, vuoti e tristissimi, cartelloni elettorali."Non cambiate un governo, cambiate l'Italia...", ci dice il sorrisone di Veltroni.L'altro (che per il momento sembra aver rinunciato a metterci la faccia) si ripropone col suo "Rialzati, Italia".Non si sa se reagire mettendosi a piangere o facendosi una risata liberatoria, in questi casi.Nel guazzabuglio di rimescolamenti, da Storace a De Mita (siamo ancora ridotti a discutere dei travagli interiori di uno come De Mita, sigh!), da Tabacci a Casini, da Di Pietro ai Radicali saltati a piè pari sul carro del Pd, mi incuriosisce e al tempo stesso mi preoccupa, perchè bene o male a me più affine, l'evoluzione della famigerata "Sinistra - L'arcobaleno" (ma poi non sarebbe suonato meglio senza <l'> ?)Fu felice, ripensandoci oggi, l'intuizione che ebbe qualche anno fa Giampaolo Pansa, quando definì Fausto Bertinotti il "parolaio rosso" della politica italiana.Una definizione che oggi sembra più che mai appropriata ed estendibile un pò a tutta la marmaglia di segretari e dirigenti di partito che stanno gettando le basi per una federazione che ha tutto il sapore della fregatura, oltrechè di un insuccesso già scritto (...e magari sarò smentito!).Le basi su cui Pansa (verso cui ribadisco tutta la mia disistima, già espressa in passato su questo blog) formulò al tempo quell'epiteto sarcastico, erano ovviamente le più sbagliate o meno condivisibili.Si contestava, allora, il ruolo che Rifondazione Comunista andava ad assumere in Italia, nel momento in cui si scelse di togliere l'appoggio esterno al primo governo Prodi.Sostenere quel governo fu un errore esattamente nella misura in cui lo è stato sostenere quello appena caduto.Ma fu ugualmente, quella, una scelta coraggiosa, sebbene intempestiva.Mettere in discussione l'alleanza col Centrosinistra, dare il via ad una scissione che in termini di consenso sarebbe costata cara, darsi in pasto alla stampa e agli analisti vicini all'Ulivo che avrebbero visto in quell'atteggiamento la ridicola riaffermazione di un'autonomia programmatica basata su velleità utopistiche, rivelando in maniera inequivocabile l'inadeguatezza, da parte di quel partito, a prender parte attiva al governo del paese, non fu di certo un passaggio trascurabile e indolore.Poteva anzi rappresentare l'occasione propizia per una svolta.E malgrado qualche sintomatica ricaduta (vedi alleanze col Centrosinistra in praticamente tutte le elezioni amministrative sesseguenti), specie negli anni di Berlusconi, sembrava davvero che quel ruolo autonomo di congiunzione coi movimenti, Rifondazione lo potesse portare avanti con determinazione e efficacia.Le cose, come sappiamo, presero poi un altro corso.Dicevo che sono incuriosito dalla posizione in cui si trovano oggi Rifondazione, Verdi, Pdci e Sinistra Democratica.Nelle aspettative mie e di altri, ci sarebbe stato bisogno di una forma di autocritica strutturale e politica sui due anni passati al governo, su tutta una serie di capitolazioni su cui non si è mai ragionato apertamente, su cui al proprio elettorato non si è mai data una spiegazione che una dettata da logica, se non quella di "restare al governo perchè sennò tornavano le destre".Aldilà del fatto che questa ultima, se già prima era una temibile ipotesi, è quasi diventata una matematica certezza (e lasciamo perdere il tema delle larghe intese, perchè altrimenti non ne usciremmo vivi...) ciò che personalmente mi disorienta è che di fatto la frattura col Partito Democratico non si è consumata per una presa di distanza della "Cosa rossa" dal Pd, per ragioni di incompatibilità sui cosiddetti temi etici, sul lavoro, sull'ambiente.Veltroni, decidendo di correre da solo, si è voluto evitare il rischio - un rischio che probabilmente non sarebbe mai esistito - (lo stesso Bertinotti, tornato nel frattempo nelle vesti di "leader", ha preso atto della scelta, ma l'ha considerata, dal punto di vista di Veltroni, un errore strategico) di ritrovarsi un giorno a dover fare i conti con le posizioni della "sinistra-sinistra" quando ci sarà da metter mano ancora una volta alle pensioni, quando si voterà a favore della costruzione di infrastrutture previo manganellamento dei cittadini dissenzienti, quando bisognerà rifinanziare le missioni di guerra, o ristabilire la propria sudditanza nei confronti del Vaticano.Ha fatto, ragionanando inversamente, quello che avrebbero dovuto fare gli altri.E' evidente che così delineata, la sinistra arcobaleno non ha alcun futuro.Non ce l'ha perchè rincorre invece di frapporsi, perchè tenta di rimanere a galla invece che uscire dall'acqua per affrontare tutt'altro tipo di percorso.E' un tira e molla da cui, parlamentarmente, non ci libereremo e non ci libereremmo mai.Pensando oggi al panorama partitico in Italia, l'unico soggetto che sentirei di poter votare è il PCL di Marco Ferrando.Se ho ancora dei dubbi sul farlo o non farlo (e alla fine è molto probabile che questa tornata davvero me la salti), è per una questione di "utilità".Non utilità numerica, perchè so già che a prescindere dal mio contributo, quella formazione come altre prenderanno una percentuale di preferenze estremamente ridotta.Il fatto è che oramai ritengo vana qualunque prospettiva di dissenso dall'interno.L'atto del voto, l'idea delle camere come luoghi e terreni di scontro, di proposte tese al cambiamento, sono esautorati di ogni significato o funzione.Abbiamo bisogno di un ripensamento del conflitto a livello planetario.

E non credo più che possa passare per i parlamenti.


postato da: Marxetto alle ore 20:11 | link | commenti (11)