Il mio angolo visuale

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Un lupo solitario innamorato della vita e delle piccole cose. Mi piace osservare, leggere, approfondire e soprattutto ascoltare tanta buona musica. Riflessivo e raramente malinconico, pessimista sui destini del mondo ma allegro di spirito e nei rapporti quotidiani. C.R.

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domenica, 26 luglio 2009

Dove eravamo rimasti...

No, non ho intenzione di far trascorrere ancora tre mesi per un altro post. E' assolutamente casuale il fatto che l'ultimo risalga al 26 aprile scorso. Anche se in un certo senso è strano il fatto che sia passato quasi esattamente un anno da quell'avvenimento che mi ha portato, nel tempo, a scrivere sempre meno qui nel blog. Un pomeriggio afoso del 27 luglio 2008, ehehe. Un pomeriggio vissuto nell'indecisione di andare o meno al cinema con una certa persona, nell'indecisione, soprattutto, legata allo "spirito" con cui andarci, al cosa ne sarebbe potuto derivare. Ma non voglio tornarci più sopra perchè il passato è passato, ne ho già parlato abbastanza l'ultima volta e comunque oggi sto decisamente meglio. Le cose si sono appianate com'era giusto e naturale che fosse. Ciò che andava chiarito è stato chiarito e tutti - forse - vivranno felici e contenti. Ne sono successe in questo lasso di tempo cose di cui sarebbe valsa la pena parlare. Tempo fa ero stuzzicato dall'idea di mettere in parallelo le figure politiche di Di Pietro e Pannella, per esempio, e non è escluso che prima o poi un post del genere salti fuori. E' morto Michael Jackson, poi. E debbo ammettere che la cosa mi ha colpito molto più di quanto potessi prefigurare. Non sono mai stato un suo fan accanito, anche se alcune cose fatte soprattutto nei primi anni di carriera non mi sono mai dispiaciute, ma quello che mi ha fatto riflettere, a posteriori, è stata piuttosto la sua persona. Una persona che ha incarnato - mediaticamente - più di ogni altra la fragilità umana in tutte le sue forme. Confesso che sono rimasto turbato nel vedere un'intervista concessa a un giornalista statunitense nel 2003. Avevo una vaga idea di cosa potesse aver vissuto durante la sua adolescenza, delle ragioni che lo avessero potuto spingere a quella deriva di "autodistruzione esistenziale", ma non potevo certo immaginare i dettagli di alcune esperienze che solo raccontate dalla sua viva voce facevano letteralmente rabbrividire. Vi dirò, guardando per curiosità quella "baracconata" del tributo in suo onore, trasmessa in diretta televisiva, mi sono persino commosso un pò. Forse era proprio l'intento degli organizzatori, quello di suscitare un determinato tipo di reazioni da parte degli spettatori, ma credo che sotto sotto ci fosse qualcosa di più. Forse, oggi che è morto, malgrado le mille ombre legate a come ha condotto la sua vita e la sua carriera artistica, il rapporto ambiguo coi bambini ecc, quello che prevale in tanti, nei suoi confronti, è un senso profondo di pena e tenerezza. Per un uomo che non si è accettato, e al mondo ce ne sono tanti, un uomo che ha cercato di compensare le sue insicurezze affettive e le sue frustrazioni attraverso un microcosmo ovattato di sua invenzione, fatto di mobili lussuosi, lustrini e ville gigantesche, parchi divertimento e un'immagine di se che si voleva quanto più possibile lontana da quella che la natura - intesa come matrigna - aveva donato lui. Probabilmente la sua personalità enigmatica sarà oggetto di studio per psicologi e psichiatri nei secoli a venire, mi dico oggi, forse noi stessi possiamo rispecchiarci, in qualche caso, in una delle sue mille paranoie, grandi paure o piccole manie. Che altro è successo di vagamente rilevante? Ah, ho compiuto 26 anni, pochi giorni fa, e mi sono fatto regalare un pc nuovo di zecca. Ho riscoperto inoltre, e fino a qualche tempo fa non l'avrei creduto possibile, una passione per i videogiochi per tanti anni sopita, grazie allo stimolo di un'amica speciale. Per il resto la solita vita fatta di noiose abitudini e piccoli frammenti di piacere e serenità. E voi, state tutti bene? Tornerò presto, questa volta, lo giuro!


postato da: Marxetto alle ore 18:05 | link | commenti (8)
domenica, 26 aprile 2009

Ritorno dal nulla...

Un saluto a tutti. Vecchi e nuovi lettori, gente che capiterà qui per caso. Sono tornato a scrivere, dopo quasi quattro mesi, un periodo in cui mi sono lasciato coinvolgere e, diciamolo pure, abbattere, da una vicenda pseudo-sentimental-lavorativa che mi ha segnato profondamente il morale. Capita a volte nella vita che si attraversino fasi in cui la nostra testa tende ad ingigantire determinate cose o, a causa della nostra insicurezza e di emozioni incontrollabili, a temere fortemente che se ne verifichino delle altre. Fasi in cui quotidianamente siamo costretti a osservare, all'interno di rapporti umani "inevitabili", come quelli che possono nascere ad esempio in ufficio, dinamiche fatte di avvicinamenti e distanze, di sguardi d'intesa e mezze frasi, di equivoci e malintesi, di attaccamenti morbosi e banali gelosie nei confronti di persone, ancor prima che colleghi, a cui ci siamo molti legati. Fasi in cui si fanno tutta una serie di previsioni che saranno poi sistematicamente confermate dai fatti. E non perchè si posseggano chissà quali capacità intellettive, ma solo perchè quelle stesse previsioni, o paure, altro non erano che il frutto di ciò che i nostri occhi vedevano, e di cui forse non volevamo convincerci del tutto perchè sembrava più utile e positivo mantenere vivo il dubbio. Se non si è in grado di fermarsi per tempo, di far prevalere la ragione piuttosto che l'istinto, di comprendere al momento opportuno se valga la pena o meno di esporsi platealmente, c'è il rischio, talvolta matematico, non solo di dover osservare certe dinamiche, ma di venirne completamente e "drammaticamente" travolti. Sono fasi in cui si comincia con il fraintendere dei segnali lanciati da qualcuno, per finire poi con il tuffarsi illusoriamente in speranze, aspettative, che non avranno mai il riscontro che avremmo desiderato. Non scrivo da quattro mesi, ma ad essere sinceri quanto vado descrivendo ha avuto origine quasi un anno fa. In realtà non ho mai smesso di interessarmi di quegli argomenti che da sempre mi incuriosiscono e mi affascinano, e la tentazione di scriverne l'ho avuta più volte, semplicemente mancava in me quell'entusiasmo, quella spinta, che da quando ho aperto questo blog non erano mai venute meno, sebbene non scrivessi sempre con puntuale regolarità. Si è trattato di una fase, appunto, in cui la musica, il cinema, la lettura, se vogliamo anche la stessa politica che pure mi fa così tribolare, non mi sono state abbastanza di conforto. Le vivevo e in un certo senso ancora adesso le vivo con una marginalità di fondo, rispetto al solito, in quanto nella mia mente un chiodo fisso prendeva il sopravvento e distoglieva l'attenzione dal resto. La situazione è molto migliorata, nelle ultime settimane, oggi sono senz'altro più sereno e consapevole, e forse l'aver scritto di questa mia esperienza, sia pure senza scendere nel dettaglio, può essere interpretato come ulteriore "sintomo" di riavvicinamento alla realtà. Ora mi dedicherò a leggere un pò di vostri ultimi interventi, e semmai a commentare qua e là. A presto!


postato da: Marxetto alle ore 18:49 | link | commenti (14)
mercoledì, 31 dicembre 2008

Savatage - Believe

 


Qualcuno l'ha definita la canzone "perfetta".

Io so solo che ad ogni ascolto mi fa emozionare a tal punto da arrivare a piangere.

Godetevela anche voi...


postato da: Marxetto alle ore 07:26 | link | commenti (15)
venerdì, 26 dicembre 2008

L'accanimento sulla miseria

E' Natale e siamo tutti più buoni. Così almeno si dice in giro. Le amministrazioni comunali, come al solito, sono le prime a cavalcare il clima di magnanimità generale proponendo iniziative di solidarietà, pranzi e cene gratuite per i senzatetto, attività di beneficenza. Eh sì perchè un pasto caldo, in questo periodo, non lo si nega a nessuno. Questa forse è la percezione che accomuna la maggior parte dei cittadini delle metropoli italiane, la sensazione che vuol essere infusa a chi riesce a sbarcare il lunario, a chi pur tra mille difficoltà riesce comunque a cavarsela e quindi non potrà mai immedesimarsi in tutto e per tutto nella condizione di coloro che invece (e non solo a Natale) vivono una vita di disperazione morale e materiale, dovendosi accontentare di stracci e resti di cibo, non avendo mai la soddisfazione di ricevere la telefonata di un parente stretto, il conforto o un semplice gesto d'affetto da parte di un amico. Fa riflettere il fatto che tali e tante manifestazioni "umanitarie" siano indette proprio da quei comuni (penso in particolare a Firenze e Milano) che in questi mesi, e in qualche caso anni, si sono prodigati in un'agguerrita battaglia contro i lavavetri, i mendicanti, le prostitute, i rom, i commercianti abusivi. Insomma in un'autentica lotta "legalitaria" e senza esclusione di colpi contro il pericoloso universo della "pezzenza". La questione è curiosa e paradigmatica, dal punto di vista politico e culturale. Sarebbe fin troppo facile affrontarla tirando in ballo le vicende giudiziarie che hanno visto coinvolti tanti di coloro che si sono mobilitati in questa gigantesca operazione di "pulizia visiva", evocando cioè qualche perplessità all'idea che persone accusate di illeciti amministrativi di varia entità possano avere diritto di parola e di giudizio sui presunti illeciti di qualcun altro. Non è questo il punto, anche se ne potremmo scrivere per ore. L'elemento più interessante attiene invece ai metodi e alle finalità della politica attuale. Dove i problemi non sono più visti e analizzati alla loro radice, ma sono trattati solo ed esclusivamente in funzione delle conseguenze che da essi possono scaturire. Cercherò di spiegarmi meglio. Il tema prostituzione in questo senso è esemplare. Compito della politica, da che mondo è mondo, dovrebbe essere quello di indagare le ragioni dei fenomeni, di tentare di metterne in crisi le fondamenta, di smontare il terreno dal quale traggono origine. L'unica maniera per farlo, al di là delle idiozie che parlamentari di qualunque colore continuano a vomitare sui giornali e in televisione, sarebbe quello di investire in diritti (casa, lavoro, assistenza psico-sanitaria e chi più ne ha più ne metta). E' un assunto che tutti, chi più chi meno, conoscono. L'obiezione a quest'assunto, che per com'è configurato l'assetto economico-organizzativo planetario ha persino una validità oggettiva, è che i soldi non ci siano. Non a caso le parole che i politici adottano più spesso (e spesso a vuoto) sono "spreco", "risparmio", debito", "superfluo", "privilegio". Se ci pensate bene, ognuna di queste parole, è in qualche misura collegata col diritto. Non penso al diritto dal punto di vista giuridico, qui si sta parlando di diritto a un'esistenza dignitosa. Quindi è vero che allo stato attuale una prospettiva di questo genere non è da prendere in considerazione (e anzi viene appositamente rimossa dal "dibattito"), ma solo perchè l'indirizzo non vuole essere ripensato e convertito. Tornando a bomba, se non ci si pone minimamente l'obiettivo di risolvere un problema, la soluzione più banale e immediata è ovviamente quella di accantonarlo provvisoriamente, di renderlo invisibile agli occhi, di creare le condizioni per cui non susciti scandalo. L'attenzione viene posta non sul perchè un qualunque essere umano si guadagni da vivere facendo il commerciante abusivo e vendendo merce contraffatta (e il solo interrogarsi sul perchè venga prodotta merce contraffatta metterebbe in crisi decine di ministri e assessori, ma qui allargheremmo troppo il ragionamento...) quanto sul fatto che la sua presenza in un mercatino natalizio (penso agli O Bej O Bej di Milano e alla prontezza d'intervento del vice-sindaco De Corato & co.) potrebbe disturbare il passante di turno o togliere spazio a chi svolge quella stessa attività regolarmente. Col medesimo criterio, non si ha la benchè minima intenzione di riflettere su eventuali investimenti tesi a combattere e sconfiggere il racket della prostituzione, ci si sofferma anzi sulla cattiva reputazione che potrebbe guadagnarsi la via di una qualunque città, in ragione del fatto che una decina o più ragazze vi stazionino vendendo il proprio corpo. Non è importante in sostanza sindacare sulla possibilità che una determinata azione si compia e con quali dinamiche si compia (ad esempio, appunto, il sesso a pagamento). E' prioritario ed essenziale che non si svolga in quel luogo, in quell'ambito, davanti agli occhi di un certo tipo di "pubblico". E cosa dire dei lavavetri e dei mendicanti a cui viene imposto di cambiare semaforo o di non chiedere la carità davanti a un edificio pubblico, cosa dire dei campi rom sradicati da un quartiere all'altro? Il meccanismo, l'approccio, la metodica, sono esattamente le stesse. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore del problema. Fin quando questo non si ripresenterà, inevitabilmente, sotto altre forme, in altre zone, spianando la strada alle imprevedibili reazioni di quelle persone in cui sono stati strategicamente sedimentati il pregiudizio, la paura, l'aggressività. E' l'indifferenza iniziale che passo dopo passo si trasforma in odio, col contributo e la complicità dell'intera classe politica. Ma tutto questo passa in secondo piano dal momento che a Natale un pasto caldo non lo si nega a nessuno. Buone feste, per quel che ne rimane.


postato da: Marxetto alle ore 18:26 | link | commenti (10)
mercoledì, 26 novembre 2008

Neil Young...
(il rocker solitario fra coraggio e tradizione)

Tempo fa avevo scritto di Bob Dylan e Bruce Springsteen descrivendoli come i cantautori a me più affini per sonorità e attitudine. Confermo oggi questo giudizio. Eppure capita a volte che il "gusto" debba lasciar spazio all'obiettività dell'analisi, al riconoscimento di qualcosa o qualcuno che sappia andare oltre, al cui cospetto non si possa far altro che  - allegoricamente - inginocchiarsi. Neil Young nella storia del rock rappresenta e rappresenterà tutto questo. Ripensandoci è persino limitativo definirlo "rocker", nel senso che il suo repertorio artistico ha saputo spaziare di genere in genere mantenendo sempre una coerenza stilistica di fondo, ma senza lasciarsi sfuggire la possibilità di esplorare territori inusuali, nei quali e coi quali avrebbe potuto facilmente fallire il bersaglio. Soprattutto vista la fama che si era immediatamente conquistato coi primi album, in cui era evidente l'imprinting da cantastorie country-folk, dal suono minimale e senza orpelli, che puntasse dritto al cuore attraverso testi e melodie malinconiche e raffinate. Non è da tanto che ho finito di riascoltare interamente la sua discografia in studio, e giorno dopo giorno, album dopo album, ho riscoperto un artista inimitabile, straordinario nell'alternare e nel coniugare senza alcun timore "classicità" ed eclettismo, linearità ed innovazione. Sono in tanti i musicisti che ancora oggi vedono in lui la loro influenza principale. Considerato dalla critica come il padre putativo di punk e grunge, come colui che ha contribuito in maniera determinante al successivo sviluppo di noise e post-rock (come distorce l'elettrica Young non la distorce nessuno!), quel che è certo comunque è che la varietà, il rischio, la volontà di stupire sono state caratteristiche fondamentali nella sua carriera. Lo si nota chiaramente in episodi come RE-AC-TOR e Trans, rispettivamente del 1981 e del 1982, con cui si è avvicinato addirittura all'heavy metal da una parte e al synth-pop dall'altra (disorientando non poco i fans della prima ora), e riuscendo sorprendentemente bene in ambo le vesti. Per molti che lo avevano considerato sino a quel punto un indiscusso paladino dell'integralismo folk-rock (quello fatto per intenderci di chitarre e sudore...), vederlo avvicinarsi a sintetizzatori, vocoder, effetti computerizzati, dev'esser stato indubbiamente spiazzante. Altrettanto spiazzante era vederlo rientrare con una capacità e una semplicità disarmanti nei ranghi del cantautorato, del rockabilly anni '50 o dell'hard rock. Schivo, riservato, con una vita privata e sentimentale tormentata, è sempre riuscito a infondere nella sua musica gli umori, i dubbi, le debolezze o le aspettative anche politiche (in qualche caso, queste, contraddittorie) del momento, senza che in nessun caso la qualità musicale ne risentisse minimamente. Anche negli ultimi anni ha sfornato delle gemme assolute. Il disco che consiglio in particolare è Are you passionate?, del 2002, in cui si è fatto accompagnare niente meno che da una band di musica soul. Ma la cosa più saggia che potreste fare è recuperare tutto, di Neil Young, non c'è al mondo musicista che lo meriti di più. 


postato da: Marxetto alle ore 10:07 | link | commenti (7)
martedì, 28 ottobre 2008

Obama nella politica delle meraviglie...

E' altamente probabile, stando almeno alle valutazioni dei sondaggi e dei sondaggisti, che Barack Obama prenda presto il posto di Bush Jr. come inquilino della Casa Bianca. Quel Bush Jr. che non ha resistito alla tentazione di lasciare un'ultima impronta (speriamo a questo punto sia davvero l'ultima) del suo operato con un bel raid in terra siriana che ha già fatto il suo discreto bottino di una decina di morti civili. C'è da stare tranquilli, comunque, si è semplicemente trattato di un avvertimento, leggevo oggi in qualche trafiletto online. Niente di più e niente di meno. Non c'è neanche tanto da stupirsi, del resto, si sa che quest'amministrazione ha sempre avuto il vizio di avvertire a suon di bombe e attentati quei cattivoni dei "paesi canaglia", seguendo l'onda emotiva del momento perchè è un dovere vigilare, prevenire e saltuariamente, quando necessario, intervenire. E' un metodo consolidato e ritenuto parecchio efficace al quale abbiamo fatto l'abitudine. Forse è proprio per questo che i nostri quotidiani non si scandalizzano più di tanto. Mi rendo conto che l'effetto di due torri che crollano in quel di New York è decisamente più "cool", ci si ricama sopra più facilmente e le vittime avevano un aspetto e un tenore di vita sicuramente migliori, più "rassicuranti", ai quali in quanto occidentali ci sentivamo e ci sentiamo indubbiamente più vicini. Chi vuoi che se ne freghi di qualche siriano, di qualche centinaia di migliaia di iraqueni, di decine di gruppetti formati da afghani barbuti e puzzolenti che pur non essendo stati magari tutti terroristi prima o poi lo sarebbero comunque diventati? E poi loro lo fanno per la nostra sicurezza, per la nostra incolumità, non scherziamo! Chiusa parentesi. Si parlava di sondaggisti, comunque. Quei sondaggisti che chissà perchè, all'interno delle loro sofisticate analisi pre-elettorali, dimenticano sempre di sottolineare che il nuovo presidente americano sarà eletto, come avviene già da decenni, da meno della metà degli aventi diritto al voto (una percentuale calcolata approsimativamente intorno al 40%). Insomma, che si tratti di Obama o McCain, chi vincerà potrà dirsi formalmente rappresentante della maggior parte degli elettori facenti parte di questo modestissimo 40%. Un dato relativo o addirittura irrilevante, in un contesto così particolare come quello della politica americana, ma che da comunque il senso di quanto sia ridicola e insensata quell'attenzione, quell'enfasi riservata dai media di mezzo mondo a un evento come quello delle presidenziali americane. Adeguandomi alla logica imperante del meno peggio, potrei tranquillamente affermare che Obama, umanamente, mi è molto più simpatico sia di Bush che di McCain. Potrei anche spingermi oltre e dire che quantomeno in politica internazionale, se Obama dovesse vincere, gli Stati Uniti assumerebbero certamente un atteggiamento meno aggressivo, più diplomatico e raziocinante. Che forse, dico forse, ci sarebbe una maggior attenzione per i diritti civili e per le "minoranze". Ma sarebbe un ragionamento banale, riduttivo, che si limiterebbe a stare alla superficie delle cose senza guardare all'interno col massimo dell'obiettività possibile. La verità è che con l'ipotetica vittoria di Obama in America non si assisterà ad alcuna "rivoluzione" culturale, economica e sociale, a nessun drastico cambiamento di rotta. In questi mesi più volte ho discusso con mio padre del fatto che se davvero Obama fosse portatore di una politica indirizzata a una trasformazione radicale degli Stati Uniti d'America, di un'inversione di tendenza dal punto di vista redistributivo, della sanità, della politica estera ecc., le istituzioni finanziarie che hanno in mano l'economia del pianeta non gli avrebbero neanche permesso di candidarsi. Oltretutto quest'aspettativa esageramente ingigantita e per molti versi immotivata che è andata sviluppandosi attorno alla sua figura, non potrà che nuocergli. Perchè è evidente che gli occhi del mondo saranno puntati su di lui, che al minimo errore, alla minima sbavatura, alla più piccola delle contraddizioni, i suoi sostenitori, chi si è convinto insomma di aver trovato in lui l'erede del Kennedysmo, l'uomo della speranza, della "rinascita", rischierà di risvegliarsi improvvisamente da un'ipnosi collettiva certamente giustificabile (pensando soprattutto al suo predecessore) ma allo stesso tempo irrealistica. Irrealistica perchè paradossalmente Obama incarna tutti i difetti della politica attuale. Dal leaderismo esasperato (in questo senso, storicamente, sarà forse ricordato tra gli esempi in assoluto più emblematici) alla retorica dei buoni sentimenti, per arrivare poi a quelle grandi promesse che rimangono spesso eternamente generiche, astratte. Caratteristiche insomma di una politica che dovendo sopperire o controbilanciare la simmetria delle posizioni che davvero contano (su cui gli schieramenti di qualunque colore non hanno praticamente più voce in capitolo) punta tutto sull'apparenza, sulle piccole distinzioni formali, su chi tra gli uomini di punta sappia vendere meglio il proprio prodotto, su chi nei dibattiti televisivi risulti essere più simpatico e convincente, su chi tra i contendenti conduca una vita più sobria. Perchè qualunque piccolo scandalo, qualunque eccesso, qualunque eventuale scheletro nell'armadio che la stampa dovesse scoprire, potrà avere la sua importanza sull'indice di gradimento della "middle-class". E' la politica della gestione dell'esistente, che abbandona qualunque obiettivo di mutamento profondo della società, che relega all'atto del voto l'intera posta della democrazia partecipativa, che attraverso le famose primarie infonde l'illusione di essere attori attivi e non dei semplici spettatori. Quella politica giocata sull'interscambiabilità dei soggetti in campo (e non c'è dimostrazione più evidente del "confronto" tra Democratici e Repubblicani) e sulle sfumature. Non è un caso che Obama non abbia detto ancora nulla sulla recentissima strage di Damasco, che non abbia mai escluso la possibilità di agire militarmente nei confronti dell'Iran, che abbia ammesso lui stesso di ispirarsi alle politiche espresse in passato dai Kennedy, sì, ma anche dai Bush padre e dai Reagan. Non è neanche un caso che Colin Powell, consigliere per la sicurezza nazionale proprio sotto la presidenza Reagan e Segretario di Stato sotto l'amministrazione Bush, abbia dichiarato il suo sostegno in favore appunto del candidato democratico. Forse non è neanche un caso che il nostro Ministro Gelmini abbia parlato bene di Obama a tal punto da affermare che certe politiche portate avanti dal Centrodestra italiano sono in piena sintonia con le sue, o che si sia spinta a dire che queste stesse politiche, ad esempio quelle relative alla scuola, sarebbero in effetti addirittura più di "sinistra" che di destra. E ricordate i salamelecchi tra Veltroni e Berlusconi precedenti alle elezioni di aprile? Mi chiedo peraltro se li ricorda anche chi ha riempito il Circo Massimo...

Delegazione, trasversalità, eliminazione delle differenze, revisionismi e confusione dei ruoli: sono gli elementi base della politica mondiale.

Quell'idea di politica che andrebbe abbattuta.

E per il momento non c'è purtroppo Obama che tenga.


postato da: Marxetto alle ore 16:21 | link | commenti (11)
domenica, 05 ottobre 2008

il manifesto... (della Cgil?)

Da qualche mese, anche su spinta di alcuni vecchi scritti del sempre caro Luca, ho ripreso a leggere il Manifesto. Lo compro soprattutto nel fine settimana e in quei giorni in cui, per ferie o per altre ragioni, sono a casa da lavoro. Ricordo che in terza superiore il prof. di psicologia della comunicazione lo portava sempre con se in classe, e prima di cominciare la lezione (le poche, pochissime lezioni veramente interessanti cui abbia assistito in quella scuola erano le sue) lo sfogliava con severa attenzione. Fu proprio in quel periodo che cominciai ad occuparmi seriamente di dinamiche politiche e, essendo allora molto vicino alle posizioni di Rifondazione, trovavo quel giornale leggermente in contrasto con l'impianto e le scelte del partito. Sia chiaro, esisteva un'innegabile comunanza di vedute tra la linea editoriale e la segreteria di Bertinotti, ma sempre in chiave critica, direi oggi più o meno positivamente critica. Preferivo insomma affidarmi all'organo ufficiale del movimento con cui per ovvie ragioni mi trovavo maggiormente in sintonia. Per dare l'idea di come il tempo passi e di come le convinzioni cambino, oggigiorno ad esempio non riuscirei a leggere Liberazione neanche sotto tortura. La prerogativa principale del manifesto, fin dalla sua nascita, è sempre stata quella di dar voce alle diverse anime della sinistra, parlamentare e non, attraverso uno spiccato spirito critico, in autonomia dai singoli partiti appartenenti a quell'area di riferimento, ma allo stesso tempo promuovendone le iniziative con l'obiettivo di contribuire al loro "miglioramento", al confronto, alla diffusione e al radicamento di determinate idee e proposte, di una cultura politica complessa da indagare, recepire e fare propria. Oggi possiamo tranquillamente dire che questo è stato proprio il maggior limite di quelle classi dirigenti. Con i se e con i ma la storia non si fa, questo è vero, ma sono intimamente convinto che se si fosse investito di più sulle ragioni storiche di quelle lotte, piuttosto che sui simbolismi, i volti e le burocrazie interne, le cose in Italia sarebbero potute andare diversamente. Come dicevo però è inutile guardare al passato o dilungarsi in inverificabili analisi retroattive. E' un giornale, comunque, il manifesto, che si è sempre cercato di porre nella condizione di pungolo costruttivo e necessariamente elitario (per i ridottissimi mezzi economici a disposizione, per il pubblico a cui nel tempo si è rivolto). Leggendolo oggi, dopo la disfatta della sinistra arcobaleno e dei vari Centrosinistra (da cui e con cui comunque si scorge una certa subalternità, una subalternità critica, d'accordo, ma pur sempre una subalternità), certo è che come organo di stampa continua ad essere una indispensabile mosca bianca, nel desolante panorama del giornalismo italiano. Innanzitutto ci sono ottime firme (Robecchi, D'Eramo, la Rangeri, quelle che più apprezzo...), poi perchè permette di esprimersi a chiunque (penso a Toni Negri, a Marco Ferrando, ma anche al vituperato Daniele Luttazzi), perchè è l'unico quotidiano italiano che abbia trattato la vicenda di Genova 2001 e tutto quello che è ruotato attorno al mondo dei movimenti senza puzza sotto il naso, senza quella finta, subdola "obiettività" che invece ha contraddistinto quasi tutti gli altri giornali italiani. Se da questo punto di vista quella subalternità politica è comprensibile (discutibile, condannabile, ma comprensibile), quella sindacale che ho verificato in queste settimane non lo è, per quanto mi riguarda, in alcun modo. A leggere alcuni editoriali (penso in particolare alla vicenda Alitalia) sembra quasi che la Cgil in questo paese costituisca la panacea di tutti i mali, che in questi anni si sia impegnata con coerenza e combattività a tutela del lavoro dipendente, opponendosi con fermezza a tutte le leggi varate in parlamento in tema di flessibilità e precarizzazione, che abbia fatto il diavolo a quattro con Confindustria e coi governi di vario colore per affrontare il dramma delle morti bianche, che abbia marcato delle differenze abissali di approccio e metodica rispetto alle politiche concertative di Cisl e Uil. Sappiamo, però, purtroppo, che le cose non sono andate esattamente in questa maniera, sappiamo che queste differenze, se esistono, sono puramente formali, "dovute", e che anzi le responsabilità della Cgil sono state enormi (non si può tacere peraltro del fatto che vanno avanti almeno da qualche lustro), tali da rendere incomprensibili, "da sinistra", le motivazioni alla base di questo improvviso e sospetto sostengo attivo, sia pure mitigato dal giusto spazio riservato alle voci discordanti che provengono da ambienti "minoritari" come quello della Fiom o dei Cobas. Mi dispiace, in un certo senso, scrivere queste cose proprio nel momento in cui il Manifesto come altri rischia di scomparire dalle edicole, le mie riserve si potrebbero allargare ma preferisco fermarmi qui, anche se sarebbe stimolante, sempre in tema di sostegni ambigui, soffermarsi su quanto è stato scritto in questi mesi a favore della campagna di Obama o su certi "equivoci" partner pubblicitari. Pur coi limiti e i difetti che non posso negare e che anzi ribadisco con fermezza, credo che oggi di un'approfondimento come quello che consente il Manifesto non potrei fare a meno. Per questo confido nel fatto che riesca a sopravvivere e magari, nel tempo, a perfezionarsi.


postato da: Marxetto alle ore 18:27 | link | commenti (10)
domenica, 07 settembre 2008

Vuoti a perdere

Come ogni anno, di questi tempi, a Milano, si consuma l'appuntamento rituale de la Festa provinciale de l'Unità (da oggi, anzi, Festa democratica). Fin da piccolo, anche perchè mio padre è stato attivista per decenni nel PCI e successivamente in Rifondazione, quello delle feste di partito è stato un evento a cui non sono quasi mai mancato. Il più delle volte mi ci trascinavano, e non avevo chiaramente la minima percezione del "valore politico" di quelle iniziative. Cominciavo però ad essere affascinato da quei simboli, da quelle icone, dall'atmosfera comunitaria che si respirava, mi divertiva e mi rendeva fiero, ad esempio, l'idea di farmi apporre sul petto la consueta coccarda all'ingresso. C'era forse il desiderio (certamente condizionato) di un'appartenenza di cui comunque non avevo alcuna consapevolezza teorica. Col tempo si trasformò in una sorta di abitudine e devo ammettere che in fin dei conti era anche piacevole. Se non altro si mangiava bene e riuscivo spesso a trovare qualche vhs o qualche libro a prezzo scontato. Addirittura, in un'occasione, ricordo che lavorai gratuitamente in un bar all'interno dell'attuale PalaSharp, a Lampugnano, area in cui tutt'oggi si svolge la festa del Partito democratico. La sensazione che ho sempre avuto in quel periodo, frequentando quei posti e quella gente, e al di là del giudizio nettamente negativo che oggi ho di quelle esperienze, di quelle formazioni politiche, dei loro dirigenti, delle derive che hanno preso e dell'ingenuità che a mio parere contraddistingue quelle centinaia di migliaia di persone che "ancora ci credono", era che a monte ci fosse una concreta volontà d'impegnarsi, di "sacrificare" delle ore della propria giornata, nella maggior parte dei casi senza pretendere tornaconti economici, nel tentativo di apportare un piccolo contributo alla causa. E' diventata classica l'immagine della donna un pò in carne, piaciona e infaticabile, magari intorno ai 60 anni, che si da da fare per preparare panini con la salamella da servire ai visitatori. Un'immagine che per un pò non dico mi abbia pienamente convinto (anche allora ero in grado di cogliere i limiti e in un certo senso l'effettiva improduttività di quell'agire - un agire molto spesso privo di profonde convinzioni e solide basi conoscitive - ), ma che contestualizzata conservava comunque la sua ragion d'essere, diciamo pure un certo fascino retorico. Questo popò di premessa per dire che l'altra sera, andando a fare un giro, più che altro per curiosità, alla festa del PD, mi è proprio sembrato che oltre alla vuotezza dei contenuti (nel blog ne ho parlato a più riprese e non è il caso adesso di tornarci su) anche quei residui di "legame simbolico-formalistico" fossero svaniti del tutto. Sempre meno bancarelle, sempre più centri Coop e venditori d'auto, qualche giostra e all'orizzonte un baracchino per abbonarsi a Europa (il quotidiano della Margherita, per chi non lo sapesse), dibattiti ridotti all'osso e niente più comizi (questo è il tempo delle interviste fiume col giornalista di turno - preferibilmente televisivo -  e naturalmente a-critico e ossequioso per vocazione), eclatanti pubblicità a gruppi bancari dei più vari, il programma dei concerti allargato a generi e artisti "disimpegnati" che era impensabile immaginare lì, fino a solo qualche tempo fa (quest'anno c'è anche Marco Masini, mica cazzi!) e una tombola triste e disertata (per dieci e passa anni ho sempre visto occuparsene una coppia di coniugi, vecchi conoscenti di mio padre e ferventi sostenitori del verbo diessino, che quest'anno non si sono visti neanche in fotografia). A resistere, forse, è solo l'ottima organizzazione delle cucine. Ma quel che più mi ha sconvolto è stata la partecipazione (di molto inferiore anche solo rispetto allo scorso anno) e ancor di più il clima generale di rassegnazione e inerzia. Lo si scorgeva negli occhi di ogni singolo individuo seduto dietro la cassa di un bar, di una piadineria, della lotteria a premi. Degli occhi spersi e impotenti. Gli uomini di punta della sinistra italiana hanno ucciso passioni ed entusiasmi (sia pure effimeri) per (s)vendersi al miglior offerente. Il primo passo da compiere sarebbe quello di smettere di votarli e sostenerli, di liberarsi definitivamente dell'idea di politica intesa come delega in bianco, come arte del compromesso e dell'adattamento, dei buoni (presunti) contro i cattivi (presunti).

Dovremo farlo, prima o poi, questo sforzo.


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domenica, 17 agosto 2008

Bimba bruna e flessuosa

Bimba bruna e flessuosa, il sole che fa la frutta,
quello che riempie il grano, quello che piega le alghe,
ha fatto il tuo corpo allegro, i tuoi occhi luminosi
e la tua bocca che ha il sorriso dell'acqua.

Un sole nero e ansioso si attorciglia alle matasse
della tua nera chioma, quando allunghi le braccia.
Tu giochi con il sole come un ruscello
e lui ti lascia negli occhi due piccoli stagni scuri.

Bimba bruna e flessuosa, nulla mi avvicina a te.
Tutto da te mi allontana, come dal mezzogiorno.
Sei la delirante gioventù dell'ape,
l'ebbrezza dell'onda, la forza della spiga.

Eppure il mio cuore cupo ti cerca,
e amo il tuo corpo allegro, la tua voce disinvolta e sottile.
Farfalla bruna dolce e definitiva
come il campo di grano e il sole, il papavero e l'acqua.

(Pablo Neruda)

La poesia, lo confesso, non è il mio mezzo espressivo preferito. Non l'ho mai amata particolarmente e credo sarei in difficoltà a pensarne e scriverne una tutta mia. Mi vedo decisamente meglio nelle vesti di commentatore o "articolista", ecco. Neruda, però, tra i pochi poeti che ho abbastanza approfondito, è quello in cui maggiormente mi ritrovo, l'unico che riesca a trasmettermi sensazioni, o a evocarmi luoghi e situazioni, quasi mi appartenessero. Quella che ho riportato secondo me è una delle cose migliori che abbia mai scritto. La dedico a una persona speciale che spero, nel tempo, lo diventi sempre di più. 

Passare da Neruda a Ligabue, me ne rendo conto, è un "contrasto" artistico notevole. Trovo in realtà quest'ultimo piuttosto sopravvalutato, in Italia (sia come cantante che come compositore), ma credo ugualmente che, specialmente in alcuni pezzi, abbia saputo fotografare perfettamente determinati stati d'animo o "aspettative forzate". Ti sento è forse il brano che preferisco del suo intero repertorio. Testo e musica si sposano a meraviglia e mi sembravano adattissimi all'occasione.


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domenica, 03 agosto 2008

Lesa maestà

Lo dico subito: Napolitano non mi piace. Naturalmente non lo conosco de visu e non è escluso che "spogliato" del suo ruolo istituzionale possa rivelarsi una persona amabile e gentile. Anzi...! Diciamo che, un pò come per il Papa, non riesco piuttosto a tollerare cosa rappresenta e come lo rappresenta. Chiariamo anche qui. Non ho avuto alcuna simpatia neppure per le figure di Ciampi e di Scalfaro, nel passato recente, e soprattutto per quanto riguarda il primo, c'è oggi un'evidente linea di continuità, nell'intendere la funzione di Capo dello Stato come uomo (apparentemente) super partes, dialogante e mai al di sopra delle righe. Uno che non prenda mai posizioni chiare e nette, insomma, ma che costituisca un punto di riferimento e di equilibrio nella prospettiva delle mai come oggi auspicate intese bipartisan. Ecco, in questo Napolitano è assolutamente formidabile. Gliene va dato atto. Il suo passato nel PCI probabilmente già si prestava alla eventuale assegnazione di una carica di questo rilievo. "Il migliorista", venne definito all'epoca. Uno dei leader dell'ala destra del partito, per intenderci. Di quella corrente cioè che prima e più di altre cercò di marcare le distanze dall'Unione Sovietica, che prefigurava una trasformazione in senso "socialdemocratico", e quindi di allontanamento progressivo dal marxismo, Napolitano fu l'esponente del Partito Comunista Italiano incaricato di intessere rapporti più amichevoli con le amministrazioni degli Stati Uniti che, si diceva sempre allora, solo con lui erano disponibili a discutere e a confrontarsi. Paradossalmente, poi, durante l'era DS, è stato anche, almeno per quanto attiene al tema dei diritti civili, una delle personalità più coraggiose (ricordo parecchie manifestazioni insieme ai Radicali, ad esempio). Ciampi era un "economista prestigioso" che godeva del rispetto dell'intero panorama partitico, Scalfaro aveva un evidente propensione per l'esperienza del Centrosinistra e dai berluscones è sempre stato visto con un certo sospetto, nessuno dei due comunque aveva saputo assumere, forse anche per questioni caratteriali, così convincentemente l'atteggiamento di chi non solo a parole si proponeva come garante assoluto e "incorruttibile" di un confronto sereno e possibilmente costruttivo tra i due poli. Direi quasi, per essere più chiari, di "equivicinanza" tra PDL e PD. Da quello che ho letto e che ho ascoltato, forse forse il solo Pertini (ma più che altro umanamente) avrebbe potuto riscontrare il mio favore. In realtà, quello che davvero non concepisco è l'idea stessa di "Presidente della Repubblica", per me associabile, per insensatezza e pericolosità, a quella di un dittatore o di un qualunque monarca (certamente con le dovute proporzioni). Ma qui ci addentreremmo in dissertazioni filosofiche da cui non usciremmo più. Stando invece alla stretta attualità, al Lodo Alfano e alla cosiddetta salva premier nello specifico, certo non si può dire che il nostro abbia fatto una grandissima figura, nel promulgare una legge che di fatto rende quattro cittadini, come ho letto e sentito anche altrove, "più uguali degli altri". Ma il punto non è neanche questo. Credo che chiunque altro avesse ricoperto in questa fase quel ruolo, si sarebbe comportato esattamente nella stessa maniera. Se c'è una cosa che davvero mi manda ai pazzi, però, è quella mobilitazione mediatica che si scatena ogni qual volta viene mossa una critica (sia pure, in certi casi, in maniera sterile o superficiale) alla prima carica dello Stato, di chiunque si tratti in quel dato momento. E' un vizio che purtroppo accomuna anche quella stampa che sento più vicina (vedi alcune firme del Manifesto). Un conto, mi riferisco a Piazza Navona e quindi alle frasi "incriminate" di Grillo e della Guzzanti, è sindacare sul merito delle critiche, sulla loro modalità, sulla loro efficacia e utilità, anche, un altro è lasciar passare l'idea che il Capo dello Stato o il Papa, solo in quanto tali, da certe critiche debbano essere esenti per principio divino ("va bene tutto, ma almeno loro lasciamoli perdere...", sembra quasi sentir echeggiare in certe occasioni). Non sono forse uomini come tutti gli altri, sebbene collocati formalmente su uno scranno? Non sono uomini che possono sbagliare, mentire, rendere un cattivo servizio al paese o nuocere al prossimo come qualunque cittadino? In un certo senso questa è la stessa logica che porta poi alle immunità parlamentari, alle leggi pensate ad hoc per cautelarsi in vista di ipotetiche (o già stabilite) intromissioni della magistratura. E sotto sotto l'idea piace, piace a molti (quasi a tutti quelli che partecipano al "tavolo") perchè l'idea di fondo è che chi ha ricevuto un mandato dagli elettori (questo discorso riguarda l'attuale governo così come il precedente - basti pensare al caso Unipol o a quello più recente dei conti esteri dei DS, e a margine le relative reazioni dei dirigenti di quel partito - ), nell'arco di tempo in cui ha l'onere di occuparsi degli "interessi del paese", non debba avere interferenze o disturbi di alcun genere, sia pure se si fosse in grado di dimostrare che quel qualcuno ha commesso un determinato reato (vedere alla voce intercettazioni telefoniche). Di conseguenza è bene che certi PM stiano al loro posto, che la satira sappia imporsi dei limiti ("il Papa è un sant'uomo", "Napolitano è la massima autorità che può garantire quegli interessi e quindi non va toccato") e che chiunque altro taccia e non protesti (i manganelli e i fucili a canne mozze sono dietro l'angolo, del resto.) Tutto questo con buona pace della libertà d'opinione, d'espressione e di cronaca. E soprattutto di tutti quelli che non stando in Parlamento in galera continueranno a finirci lo stesso.

Comodo, eh?


postato da: Marxetto alle ore 18:58 | link | commenti (10)